Brigata di Solidarietà con la Rivoluzione tunisina
Partecipa anche tu!
Il 17 Dicembre 2010, Mohammed Bouazizi, un povero ambulante di Sidi Bouzid vessato dai poliziotti, si diede fuoco. Il suo estremo gesto di protesta fu la scintilla che incendiò la prateria del Nord Africa e del Medio Oriente.
Dopo la cacciata del tiranno Ben Ali, in Tunisia la situazione non è cambiata poi molto. Sono stati conquistati alcuni elementari diritti di libertà ma, come dicono i tunisini, non la dignità. Stesse sono le disparità sociali, medesima è la miseria in cui versa la maggior parte dei poveri. La richiesta di giustizia è stata completamente ignorata, visto che i crimini commessi dalla polizia (centinaia di morti e migliaia di feriti), sono ancora oggi impuniti.
Tutto ciò è sta toccato con mano dalla Carovana di Solidarietà cui abbiamo partecipato nello scorso Marzo. Per questo, noi di Sumud, assieme a Khayma, associazione di giovani tunisini, stiamo promuovendo una campagna per aiutare le famiglie dei martiri della città di Khasserine, epicentro della rivolta dello scorso Gennaio, nella battaglia legale contro gli assassini dei loro figli. Bisogna non solo pagare gli avvocati, ma anche contribuire alla sussistenza di queste famiglie che vivono nella miseria più nera.
Queste le ragioni della Brigata di Solidarietà che si recherà in Tunisia dall’1 all’8 Ottobre 2011.
La Brigata incontrerà i familiari dei martiri di Khasserine e si recherà a Sidi Bouzid, dove incontrerà i parenti e gli amici di Mohammed Bouazizi.
Ci saranno inoltre vari incontri con le diverse organizzazioni popolari, che nel frattempo si stanno preparando per le elezioni dell’Assemblea Costituente che,
ci auguriamo, segneranno una svolta definitiva con il passato regime.
«Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo»
Chiunque la pensi come il Che, è il benvenuto in Brigata!
Il tempo stringe!
Per informazioni e contatti:
info@sumud.org - 339-2071977
Adivasi Drum
Aiuti medici per i nativi indiani che resistono
Leggi l'appello in English, Deutsch. Français, Español, Svenska
La globalizzazione ha trasformato l'India in una miniera d'oro per le società multinazionali. Il centinaio di corporate families che decide del destino di un miliardo di persone ha distrutto qualsiasi barriera al flusso di capitale – per amore dello sviluppo, sostengono loro.
Principalmente nell’area ricca di minerali nel Sud-Est, il governo ha dato in concessione ampie zone alle compagnie minerarie e alle industrie pesanti, con contratti da decine di miliardi di euro. Le compagnie si dedicano alla spoliazione delle ricche risorse locali, lasciando in cambio nient’altro che inquinamento e impoverimento. Si dà il caso però che sui terreni che esse sfruttano vivano persone, prive perlopiù di titoli di proprietà: gli Adivasi (parola Hindi che indica i nativi). Sono i più poveri tra i poveri, esclusi dal sistema castale come gli intoccabili (Dalit), ma, diversamente da questi ultimi, residenti in zone precedentemente isolate, n elle giungle da cui traevano sostentamento sufficiente per vivere.
Per portare avanti i propri affari, le multinazionali non hanno quindi che una possibilità: cacciarli dalle loro terre, come in passato il capitalismo nella sua fase di accumulazione fece già con i contadini europei e con i nativi americani. Nell’ultima decina di anni, centinaia di migliaia di Adivasi sono stati cacciati via, col risultato non solo di distruggere il loro sistema di sussistenza ma anche di portare sull’orlo della scomparsa la loro antica cultura.
La resistenza tuttavia si rafforza. I megaprogetti sono in stallo poiché gli Adivasi si rifiutano di abbandonare le proprie terre e altri strati della popolazione si stanno unendo a loro per difendere le loro fonti di sostentamento contro gli appetiti predatòri delle multinazionali. Non funzionando più le fallaci promesse nello stile di quelle dei coloni bianchi in Nord America, si fa ricorso ora alla forza bruta. Di conseguenza le proteste pacifiche si trasformano in autodifesa violenta. Il governo ha creato una milizia irregolare chiamata Salwa Judum ('caccia purificatrice') che, appoggiandosi agli strati privilegiati della società adivasi, ha bruciato villaggi e massacrato o costretto alla fuga la popolazione resistente. Centinaia di migliaia di Adivasi sfollati sono stati rinchiusi in campi. Infine essi sono fuggiti anche dai campi rifugiandosi nella giungla dove si sono uniti alle fila della resistenza. Nel 2009 Salwa Judum era già praticamente fallita, e si assisté alla continuazione della guerra contro i nativi sotto forma dell’operazione Green Hunt ('battuta di caccia') portata avanti da diverse forze paramilitari assistite e addestrate dall’esercito indiano.
Nel frattempo il doppio impatto dell’aggressione globalista e della resistenza popolare ha trasformato irreversibilmente la società adivasi. Mentre si oppongono allo sviluppo capitalista acclamato dalle classi privilegiate e dall’élite globale, intraprendono la strada di uno sviluppo alternativo attraverso e in favore delle masse popolari stesse. Nei luoghi più remoti prendono vita progetti collettivi nell’agricoltura e nell’artigianato. Si sperimenta un regime di potere popolare che dà alle donne la possibilità di uscire dal loro tradizionale ruolo di secondo piano.
Anche altri settori dei poveri e degli oppressi si stanno aggregando, poiché la globalizzazione capitalistica è una minaccia universale. Un esempio adatto a illustrare la situazione generale è quello della Posco, una compagnia sudcoreana-statunitense dell’industria pesante, che sta progettando il più enorme investimento singolo – dell’ordine di dieci miliardi di Euro. La Posco progetta di costruire un’acciaieria, un porto d’alto mare e una miniera d’acciaio nello stato dell’Odisha, sulla costa orientale. Il governo sostiene il progetto sostenendo che finirà per portare benessere a tutta la popolazione, mentre il movimento popolare vi si oppone strenuamente: gli Adivasi che si oppongono alla costruzione di miniere sulla propria terra, i pescatori le cui zone di pesca sarebbero distrutte dal porto, i contadini senza titoli di proprietà i cui mezzi di sostentamento verrebbero spazzati via, e la popolazione nel suo insieme che teme che le industrie prosciugherebbero le già scarse riserve d’acqua. Tutti costoro contrappongono il proprio modello popolare di sviluppo a quello portato avanti dalle grandi imprese.
Mentre la crisi economica globale intensifica lo scontro, il governo bolla di terrorismo qualsiasi opposizione, sia essa quella della minoranza musulmana presa di mira dallo sciovinismo indù sponsorizzato dallo stato, quella dei movimenti di liberazione nazionale in Kashmir e nel Nord-Est, quella degli Adivasi o dei Dalit. Seguendo il paradigma occidentale della guerra al terrorismo l’autoproclamata più grande democrazia del mondo perseguita tutti coloro che osano servirsi dei diritti democratici che gli sono formalmente garantiti. Persino la più importante scrittrice dell’India contemporanea, Arundhaty Roy, che ha reso visita alla resistenza armata adivasi per testimoniare delle loro motivazioni, è minacciata d’incarcerazione.
Come associazione di volontariato Sumud vogliamo sostenere concretamente e nella pratica la giusta lotta dei nativi indiani per la sopravvivenza, accogliendo la loro richiesta d’aiuto ai progetti autonomi di sviluppo popolare. Non solo perché abbiamo il dovere morale di opporci alla riedizione del genocidio coloniale commesso dalla civiltà occidentale capitalistica in ogni parte del mondo, ma anche perché in ultima istanza la globalizzazione coinvolge anche noi e dobbiamo unire le forze con la resistenza globale.
L’accesso alla zone di resistenza adivasi, grandi come interi paesi europei, è tuttavia impedito dall’esercito. Pertanto i nostri amici e partner di Adivasi Drum, un’organizzazione collettiva comunitaria che opera nello stato meridionale dell’Andhra Pradesh, ci ha proposto di implementare un progetto mobile d’assistenza medica ai bordi delle aree di conflitto. Quanto ciò sarà possibile dipende anche dalla nostra capacità di lanciare una campagna politica sia in Europa sia in India.
Abbiamo in programma di inviare una piccola delegazione all’inizio del 2011, per consegnare i primi aiuti e per verificare sul campo le possibilità di un’attività congiunta con le squadre di Adivasi Drum. In futuro abbiamo intenzione di far crescere questo progetto.
Ciò di cui abbiamo bisogno:
- personale medico, compresi dottori disposti a lavorare in coordinamento con lo staff locale;
- copertura giornalistica e multimediale (video e fotografica);
- alcune migliaia di euro di donazioni per l'acquisto di forniture mediche prodotte localmente.
Chi è interessato ad aiutarci può scriverci a info@sumud.org.
Un metodo rapido per sostenere economicamente questo progetto è quello di fare una donazione utilizzando il pulsante qui sotto; è possibile utilizzare un Conto Paypal, una Carta di Credito (anche prepagata) od un Bonifico online.
Se invece preferite utilizzare mezzi più tradizionali, potete fare un bonifico sul nostro conto corrente.
Conto corrente intestato a:
Sumud: volontariato e resistenza
presso: Banca Popolare Etica
IBAN: IT19U0501802800000000127032
BIC: CCRTIT2T84A
Anche noi nella Freedom Flotilla II!
Sumud sarà sulla nave italiana che parteciperà alla Freedom Flotilla II, la flotta internazionale che nella primavera del prossimo anno cercherà di rompere l'assedio di Gaza per portare aiuti umanitari e solidarietà politica ai Palestinesi.
Sumud invita tutti i propri soci e simpatizzanti a dare anche la propria adesione personale alla Freedom Flotilla II.
L’indirizzo a cui inviare le adesioni è ufficiostampaflotilla@gmail.com
(Lista delle adesioni).
Inoltre, Sumud aderisce alla campagna nazionale di raccolta fondi per finanziare la Freedom Flotilla II, ed invita i propri soci e simpatizzanti a fare il possibile per aiutarci a raccogliere l'ingente somma necessaria per l'acquisto della nave e del materiale umanitario.
Cliccando sul pulsante seguente, potrete inviare le vostre donazioni direttamente al fondo nazionale pro Freedom Flotilla II:
Missione Compiuta! La Brigata 2010 di Sumud è tornata da Ein el-Hilweh
La Brigata 2010 di Sumud è ritornata in Europa venerdì 6 agosto.
Se siete interessati, potete vedere i Resoconti con Foto inviatici dal Campo di Ein el-Hilweh, nonchè le Interviste realizzate dai nostri volontari, fra cui quella a Leila Khaled (eroina della Resistenza Palestinese e membro di spicco del FPLP), Jamal Khattab (leader libanese del Movimento islamico per il Jihad, salafita) e a Abu Obaida Shakir (portavoce libanese della Jihad Islamica).
Potete anche dare un'occhiata a tutti i rapporti ed i messaggi inviatici dai nostri volontari sul Blog di Sumud e vedere tutte le foto scattate dai membri della nostra Brigata nella Galleria Fotografica di Sumud.
Non abbiamo da insegnare loro nulla
Pare che sul ricco e grasso Occidente si stia abbattendo una catastrofe economica destinata a cambiare il nostro modo di vita. Era ora! Poiché di questa "pacchia", almeno noi, non ne potevamo più.
Non la religione ma i soldi sono il più potente oppio dei popoli. Occorreva che il meccanismo infernale della prosperità materiale si inceppasse affinché la gente capisse in quale allucinante Matrix era imprigionata. Tuttavia non c'è da essere ottimisti.
Il timore di precipitare giù alimenta i sentimenti più maligni che allignano nell'essere umano.
Pur di non scivolare nei gradini più bassi della scala sociale i "cittadini",
ormai trasformati in sudditi-consumatori, si aggrapperanno a qualsiasi cosa.
Saranno i più deboli a soccombere, a fare le spese del caos, ovvero della guerra di tutti contro tutti.
Lo Stato di polizia non è solo la macchina diabolica che si erge fuori e contro le persone,
ma si insinua dentro ogni cittadino-suddito, che infatti si barrica nella sua desolante solitudine,
e invoca sicurezza! sicurezza!
In questa supplica torbida e razzista si annunciano tempi foschi, la fine dei miti di libertà e tolleranza su cui l'Occidente ha preteso fondare la sua superiorità. La Resistenza non spetta più quindi soltanto ai popoli depredati, aggrediti e dilaniati dalle guerre missionarie dell'imperialismo. La cancrena parte sempre dalla periferia per giungere ai centri nevralgici. Ora che il primo mondo va in pezzi, dobbiamo imparare la lezione di chi da sempre è stato condannato a resistere con ogni mezzo alla miseria tenendo viva la fiaccola della propria dignità.
Non è per fuggire dall'Occidente quindi che abbiamo fondato Sumud, ma per meglio lottare per un futuro di fratellanza e solidarietà. Non vogliamo più dissetarci con l'acqua salata, metterci in pace la coscienza partecipando alle solite liturgie. Di contro alla politica triste delle parole vogliamo sperimentare quella dei fatti positivi e degli esempi contagiosi. Prima di tutto vogliamo cambiare noi stessi, ché non si può cambiare il mondo se non si cambiando anche gli uomini che lo abitano.
Non andiamo quindi nei campi profughi palestinesi, non accogliamo il grido d'aiuto di Gaza, come "missionari". Non abbiamo da insegnare loro nulla, né tantomeno convincerli dei valori ipocriti in nome dei quali l'Occidente, Israele e i loro regimi-fantoccio arabi li hanno martirizzati e rinchiusi nei ghetti. Andiamo da loro perché ci hanno chiesto di aiutarli e resistere, e per restituire all'Occidente una parte di quella rabbia, di quella speranza di liberazione, di quella umanità che lì, nella Resistenza, è riuscita a sopravvivere.
Portare i propri corpi nell'inferno dove i dannati della terra sono stati gettati, condividerne la sete di giustizia, respirare assieme a loro l'aria di libertà che li ha tenuti vivi, questo è per noi il volontariato antimperialista. Questo è Sumud, l' appartenenza alla comunità internazionale degli ultimi, poiché solo quando essi saranno affrancati dalle loro catene l'umanità intera potrà dirsi libera.
